“Il lavoro al centro: così costruiamo il futuro dell’Italia”
Ferrari: più avanti della politica su ambiente e sociale, ma senza dialogo continueremo a subire da chi non conosce l’impresa
MA N TOVA “Non si può criticare il Paese senza impegnarsi davvero per farlo cambiare”. Esordisce così Francesco Ferrari, presidente di Apindustria Confimi Mantova, in questa intervista a tutto campo che va dalla politica alle tasse, dalla scuola al futuro del manifatturiero.
Presidente Ferrari, partiamo da un tema molto sentito: le tasse. Com’è la situazione per le imprese? “La pressione fiscale in Italia è oggettivamente soffocante. Per un imprenditore onesto significa partire ogni anno con il freno a mano tirato. E’ come correre i 100 metri alle olimpiadi con uno zaino pieno di sassi sulle spalle mentre tutti gli altri atleti europei sono allenati e senza zavorra. Non chiediamo privilegi, non vogliamo contributi a pioggia, chiediamo solo regole chiare, stabili e un carico fiscale sostenibile, perché senza margini non si investe e senza investimenti non c’è lavoro e futuro”.
Spesso si dice che la scuola non dialoga con il mondo produttivo. È così? “Purtroppo sì. La scuola italiana ha una tradizione forte sul piano teorico, ma prepara poco al lavoro reale. Mancano laboratori, stage seri, orientamento: i ragazzi escono con competenze che il mercato non riconosce e le imprese faticano a trovare le figure di cui hanno bisogno. La colpa è di tutti: delle famiglie, dei professori e anche delle aziende che si sono sempre tenute lontane dalla scuola. E’ il momento di cambiare passo altrimenti siamo destinati al declino: ci servono dei mentori, delle persone che
riescano ad accendere una scintilla nei giovani e li convincano che lavorare è la cosa più bella del mondo”.
Anche il manifatturiero sembra avere un problema di immagine: per molti il lavoro è una punizione e si può anche morire.
“Da anni abbiamo squalificato il “lavoro dove ci si sporca le mani”, come se fosse di serie B. È un errore culturale enorme: nelle fabbriche oggi ci sono tecnologia, competenze, responsabilità. Senza manifatturiero non esisterebbero né servizi né welfare: è la spina dorsale del Paese. E poi tutti quelli che parlano male del manifatturiero non sono mai entrati davvero in una fabbrica e non capiscono cosa sia l’orgoglio di aver creato qualcosa con le proprie mani. Io sono convinto che “il lavoro nobilita l’uomo” non è una frase fatta ma l’assoluta verità e che non si muore di lavoro ma a causa di disattenzioni, fatalità e anche mancato rispetto delle regole. Questo però accade ovunque perché il rischio zero non esiste sulle strade, in casa, mentre si fa sport o si è in vacanza e forse la fabbrica è il luogo più sicuro e controllato. Certo se esistono imprenditori che non applicano le norma di sicurezza quelli sono delinquenti e vanno puniti”.
E la politica?
“Viviamo una stagione di politici improvvisati. Troppo spesso chi decide non conosce né i numeri di bilancio né il funzionamento di un’azienda. Questo genera norme contraddittorie, bonus da pubblicità, zero visione di lungo periodo: è frustrante per chi ogni giorno rischia in prima persona”.
Nonostante tutto, lei ripete spesso che “il Paese è meglio della politica”. Cosa intende?
“Intendo che l’Italia reale è fatta di persone per bene, che lavorano duro, innovano, tengono insieme famiglie e comunità. Il problema è che queste persone raramente si mettono al servizio della comunità. Così lo spazio pubblico viene occupato da chi urla di più, non da chi costruisce di più”.
Sul piano ambientale e sociale come giudica le nostre i m p re s e ?
“Le nostre aziende sono ecologiche e sociali per tradizione, prima ancora che per moda o per obbligo. Il risparmio energetico, il riuso dei materiali, l’attenzione ai territori e ai dipendenti sono nel nostro DNA. Se raccontassimo meglio ciò che già facciamo, scopriremmo di essere molto più avanti di quanto pensiamo”.
L’Italia ha attraversato molte crisi. Cosa ci insegna il passato?
“Che siamo sempre stati in grado di cadere e rialzarci, magari con qualche livido ma migliorati. Ogni volta che siamo stati messi alle corde abbiamo tirato fuori creatività, capacità di adattamento, coraggio. È una risorsa straordinaria che però va accompagnata da politiche serie, non possiamo affidarci solo al carattere nazionale e alla fortuna”.
E cosa dovrebbero fare gli i m p re n d i t o r i ?
“Devono tornare a sporcarsi le mani. Essere presenti in fabbrica, nei territori, ma anche nel dibattito pubblico: se non portiamo noi la competenza economica nei luoghi delle decisioni, lo faranno altri al posto nostro”.
E che ruolo vede per le associazioni di categoria?
“Le associazioni devono creare una lingua comune tra impresa e politica. Tradurre i bisogni delle aziende in proposte comprensibili e allo stesso tempo spiegare agli imprenditori i vincoli e le responsabilità della politica. Solo con il dialogo possiamo smettere di subirla, la politica, e cominciare a guidarla”.