Occhi puntati sullo stretto di Hormuz Dal gas al petrolio: imprese in allarme
Dagli industriali agli artigiani: preoccupazione per i contraccolpi sul costo di energia e trasporti come sull’export
Dal prezzo del gas naturale a quello del petrolio: l’attacco Usa-Israele contro l’Iran e la rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo, rischiano di provocare uno shock sui mercati e sul commercio internazionale. E mentre il governo convocava ieri d’urgenza le associazioni di categoria, a Mantova gli occhi del mondo economico restano puntati sullo stretto di Hormuz, cruciale snodo marittimo tra Iran e Oman attraverso il quale transita una porzione vitale degli approvvigionamenti globali di petrolio e gas.
L’industria
«C’è preoccupazione per lo scenario di instabilità che danneggia le imprese, un nuovo trauma geopolitico non fa bene» dichiara a caldo il presidente di Confindustria Fabio Viani. «Penso in primis al gas naturale - prosegue - il Qatar è uno dei principali produttori e il fatto che le navi non possano più passare da Hormuz preoccupa visto che il 50% dell’approvvigionamento in l’Italia arriva dall’estero. Il nostro Paese produce una parte di energia da fonti rinnovabili ma la maggior parte viene prodotta con il gas naturale. Abbiamo sostituito la Russia con l’Algeria e gli Emirati Arabi e ora siamo nei guai. La produzione di energia in Spagna a differenza di noi dipende solo per il 20% dal gas naturale e la Francia ha quasi tutto coperto dal nucleare. La preoccupazione è per il costo delle bollette. Altra preoccupazione è poi per il costo dei trasporti che risente dei rialzi del petrolio. Lo abbiamo già visto con la crisi energetica di qualche anno fa, quali sono le ricadute sui costi dei trasporti: se il trasporto navale costa di più, si paga di più per il trasporto delle merci che consegniamo ai clienti e per le materie prime che riceviamo. Infine la preoccupazione è per i riflessi sull’inflazione: se aumenta l’inflazione, aumenta il costo del denaro e aumenta il costo del credito alle imprese. Insomma si i tratta di una concatenazione di ricadute che avrà effetti deleteri sulla nostra economia».
La crisi iraniana preoccupa anche il presidente di Apindustria Francesco Ferrari «per l’atteggiamento di un presidente che decide di pancia e sembra un prestigiatore - afferma - scatena un conflitto esterno per far dimenticare agli americani le difficoltà interne. L’instabilità globale pesa su mercati ed energia. È il momento che l’Europa scelga cosa vuole fare da grande: restare spettatrice o integrarsi di più per iniziare a contare davvero. Le imprese italiane sapranno reagire, come sempre, ma lo Stato non può dimenticarsi di sostenerle».
L’artigianato
Sulla stessa linea anche le associazioni delle imprese artigiane del territorio.
«Si tratta di una situazione in continua evoluzione per la quale c’è massima allerta - dichiara il presidente di Confartigianato Lorenzo Capelli - e che continuiamo a monitorare con cautela auspicando si possa stabilizzare in tempi brevi. C’è il tema dell’approvvigionamento delle materie prime e del loro rincaro e di conseguenza dell’aumento dei costi del carburante e delle spese di trasporto che va ad impattare sul nostro comparto. C’è
preoccupazione anche per l’export, innanzitutto per il lusso ma non solo: in generale le esportazioni potrebbero avere serie ripercussioni».
Forte preoccupazione anche da parte della Cna. «Gli attacchi di Usa e Israele hanno spinto le principali compagnie marittime a sospendere i transiti nell’area e inducendo diverse autorità portuali del Golfo a chiudere o limitare le operazioni. Cresce l’ansia per le nostre imprese - afferma la direttrice ,Elisa Rodighiero- per la chiusura dello stretto di Hormuz con una impennata del prezzo del greggio al barile, dei carburanti e del gas. Con la conseguenza di un forte impatto economico sui bilanci delle nostre imprese artigiane già ridotti all’osso e per il nostro commercio estero. Lo stretto di Hormuz rappresenta l’unica porta d’uscita degli idrocarburi estratti che si affacciano sul Golfo Persico. Da qui passa oltre il 20% dell’offerta mondiale di greggio. Gli effetti macroeconomici dipenderanno dalla durata della crisi. Il petrolio stabilmente sopra cento dollari riaccende l’inflazione energetica e comprime la crescita con un impatto molto severo per la nostra economia esposta a rincari su elettricità, trasporti e beni essenziali con pesanti ripercussioni per le nostre imprese. Aggiungiamo che le nostre micro e piccole imprese pagano bollette energetiche nettamente superiori rispetto ai partner europei».MV